Mondo e ONU

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Speciale Natale 2011

 

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INDICE

INDICE FOCUS – Natale 2011

Tre azioni per lo sviluppo del Corno d’Africa

«Si può ancora sperare a Nairobi».

Intervista a Leonardo Becchetti

La complessità politica del Corno d’Africa

Palermo, CVX e MAGIS per il Corno d’Africa

Gesuiti Missionari Italiani di dicembre,
focus sul Corno d’Africa

 

 

FOCUS - "Natale 2011 – Tre azioni per lo sviluppo del Corno d’Africa

 

Un, due e tre. Sono i passi di danza con i quali gli abitanti dei villaggi del nord est del Kenya ci ringraziavano questa estate per aver distribuito loro generi alimentari in risposta alla grave carestia che ha colpito il Corno d’Africa. A Natale e per tutto il 2012 il ritmo si fa più intenso: un, due tre diventano le azioni per passare dall’emergenza allo sviluppo.

Prima azione

In ascolto delle esigenze di chi deve intraprendere per primo questo cammino abbiamo scelto di iniziare sostenendo la proposta che viene dalle loro famiglie: acquistare una capra per lottare contro la carestia nel villaggio di Kitui nel nord est del Kenya.

Seconda azione

Poi vorremmo lavorare per la sicurezza alimentare e igienica di questi luoghi garantendo l’accesso all’acqua e costruendo dei pozzi.

Terza azione

Infine vogliamo lavorare per permettere a queste comunità di conoscere i loro diritti civili. L’esperienza nella formazione e nell’empowerment di comunità in difficoltà, acquisita dell’Hakimani Center, diventa per noi una risorsa importante su cui contare. Abbiamo imparato che la carestia nuoce e colpisce proprio laddove i diritti civili sono dimenticati e la rappresentanza dei più deboli negata.

  

Sostieni l’azione, promuovi lo sviluppo

con il MAGIS e l’Hakimani Center

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«Si può ancora sperare a Nairobi». Intervista a Leonardo Becchetti

 

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Quest’anno, come accade ormai ogni due anni, una tremenda carestia ha colpito il Corno d’Africa. Le zone maggiormente danneggiate sono state il sud della Somalia e le terre aride del Kenya e dell’Etiopia. Dalla Somalia è fuggito il maggior numero di persone in direzione del campo profughi di Dadaab in Kenya, progettato inizialmente per 90mila persone ma che ne accoglie oggi più di 400mila, rendendolo il
campo profughi più popolato del mondo. Come si spiega questo fenomeno?

Quanto sta accadendo in Somalia e in tutto il Corno d’Africa è la conferma della teoria dell’economista indiano Amartya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998, secondo il quale le carestie non si verificano nelle democrazie che funzionano. Lo stato democratico si basa sulla rappresentanza: maggioranza e opposizione coesistono mentre in una dittatura chi è in minoranza è a rischio. Amartya Sen dice anche un’altra cosa: la povertà non è un problema di mancanza di risorse ma della loro distribuzione, determinata dal potere contrattuale dei vari gruppi di un paese. Quante rivoluzioni verdi, quanti aggiornamenti tecnologici, avevano promesso maggiori benefici per tutti, quando in realtà il progresso tecnologico non basta a risolvere il problema. Crea certamente più valore, ma se questo è distribuito in maniera diseguale chi sta nell’anello più debole della catena non riesce a beneficiare del progresso.

Questa è la tipica dinamica che si riscontra anche nel commercio equo e solidale. Molti gruppi di produttori primari, poco organizzati e lontani dal mercato di sbocco, devono vendere il loro prodotto ad un distributore-trasportatore monopolista che in posizione di forza impone delle condizioni economiche svantaggiose per i contadini.

Esiste un modo virtuoso per spezzare questo circolo vizioso?

Creare una canale di distribuzione alternativo che riduca il potere di mercato del trasportatore monopolista e dia sempre più spazio al microcredito. Non c’è alternativa.

Dalle tue parole immagino che non ti stupirà la costante richiesta delle persone a cui distribuiamo generi alimentari in Kenya di aiutarli nel piccolo commercio?

La politica degli aiuti alimentari gratis deve essere mantenuta solo per brevissimi periodi di emergenza perché dopo poco tempo ha un effetto depressivo. Per certi versi si tratta, infatti, di una concorrenza a costo zero verso i produttori e i venditori locali. In altre parole, se ricevo cibo gratis perché lo dovrei andare a comprare? Questo è un problema che si è verificato anche all’Aquila dopo il terremoto. Alcuni supermercati hanno dovuto chiudere perché non riuscivano più a vendere un prodotto. In Sri Lanka dopo lo tsunami sono state donate tantissime barche ai pescatori per rilanciare il commercio quando però l’industria locale per la costruzione di piccole imbarcazioni non era andata affatto distrutta.

La cosa ideale è dunque quella di spendere gli aiuti monetari in loco per dare stimolo all’economia. Solo così si ottiene un duplice risultato: sfamare ma soprattutto restituire alle persone la dignità offrendo loro gli strumenti per intervenire in prima persona al miglioramento delle proprie condizioni. Un euro investito in microcredito ha un potere enorme, è capace di moltiplicare le risorse in modi incredibili. Da recettori di elemosina, i bisognosi diventano persone in grado di assumersi i propri doveri. Ecco spiegato perché le persone vi chiedono di essere aiutate nel mettere in piedi il piccolo commercio e non si accontentano dell’elemosina.

Durante le emergenze i prezzi delle derrate alimentari acquistati in loco salgono generalmente alle stelle. Anche questo è un problema.

 

Come presidente della Lega Missionaria Studenti e della CVX hai partecipato a diversi campi di volontariato negli slums di Nairobi. Che idea ti sei fatto del Kenya?


 

Il Kenya è un paese molto generoso: gli aiuti internazionali non spiegano il perché sia riuscito ad accogliere quasi 400mila profughi a seguito della carestia quando invece l’Europa non riesce ad aprire le porte a qualche decina di migliaia di immigrati. Nairobi è però la città della disuguaglianza. Girando per la strade di Nairobi mi è venuta in mente una definizione di ineguaglianza: quando un persona che ha una modesta proprietà è costretta a mettere il filo spinato elettrificato per proteggerla. Questa è la contraddizione più forte del Kenya


 

La complessità politica del Corno d’Africa

di padre Luciano Larivera S.I. per il Magis

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I conflitti e la più grave siccità degli ultimi 60 anni stanno affamando 13 milioni di persone tra Somalia, Kenya, Etiopia, Gibuti e la ragione di Karamoja dell’Uganda. Tra costoro ci sono sfollati e rifugiati, come i 560.000 somali in Kenya, che causano ulteriore instabilità. L’Onu avverte che 750.000 persone potrebbero morire entro dicembre. Sull’Eritrea, oppressa da un regime autoritario, non si hanno dati; mentre, al confine tra il Sudan e il neo-costituito Sud Sudan, circa 235.000 persone sono a rischio carestia per i conflitti in corso. Contro Khartoum si stanno alleando guerriglieri del Darfur, del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, aspirano alla secessione.

La siccità è più letale dove è mancata un’azione politica nazionale di prevenzione e gestione della crisi. L’impatto umano si connette pure alla mancanza di investimenti privati nelle aree rurali (per la gestione dell’acqua, l’istruzione agraria ecc.), alla desertificazione, ai cambiamenti climatici, alla qualità degli aiuti internazionali, all’aumento dei prezzi alimentari, alla criminalità locale (come i furti di greggi).

La catastrofe umanitaria è più grave in Somalia perché è uno Stato «fallito» o meglio «fantasma». Dal 1991, con l’estromissione di Siad Barre, ha attraversato diversi cicli di conflitto armato. Attualmente la comunità internazionale appoggia le Istituzioni Federali di Transizione. Esse controllano una parte consistente di Mogadiscio attraverso le proprie milizie, spesso facenti capo ai signori della guerra locali, e le truppe dell’Unione Africana, sotto l’egida dell’Onu (Amison), che finora provengono da Uganda e Burundi e arriveranno presto a 12.000 unità.

Anche il resto del territorio somalo è frantumato. Al Nord si sono dichiarati indipendenti il So-maliland e il Puntland, che non esclude la riunificazione. Altri territori centro-settentrionali sono autonomi; mentre l’80% del resto è sotto il controllo, spesso tramite alleanze con clan e imprenditori locali, del movimento di ispirazione islamista al-Shabaab, sostenuto dell’Eritrea e con legami ad al-Qaeda, ideologici piuttosto che operativi. E ciò permette loro di attrarre il sostegno delle reti filantropiche islamiste.

Al-Shabaab si oppone alle Istituzioni di Transizione e alle forze internazionali che lo difendono. Stati Uniti e Unione Europea hanno trattato al-Shabaab (e la Somalia in genere) come un problema di sicurezza, anche per i legami crescenti con la pirateria somala, che inibisce la rotta verso Suez, e con il terrorismo qaedista in Yemen, a rischio di guerra civile. Lo stesso vale per l’Etiopia, preoccupata dei somali irredentisti sul proprio territorio dell’Ogaden, ricco di petrolio e gas, a cui è interessata la Cina. E così, l’impiego statunitense di droni sta aumentando contro gli al-Shabaab, responsabili della sanguinosa ritorsione dell’11 luglio 2010 a Kampala (Uganda). Questo movimento sta però diventando impopolare per la crescente violenza, come per l’attentato suicida dello scorso 4 ottobre a Mogadiscio.

Il quadro politico somalo è in stallo. Si alleano e scontrano tribù, clan locali, signori della guerra. E il conflitto somalo si comprende attraverso le dinamiche locali e la competizione per l’accesso all’aiuto internazionale, i regimi di proprietà e il controllo di importanti snodi economico-5

commerciali, come strade, porti e aeroporti. Le Istituzioni Federali di Transizioni sono parte del problema, perché litigiose al loro interno e senza influenza politica sul territorio, pur impegnandosi, entro il 2012, a concludere la loro esperienza, redigere e fare approvare una nuova Costituzione e indire elezioni politiche.

L’Amison è costosa e inefficace nel risolvere il conflitto nelle sue radici locali. Gli al-Shabaab, strutturati come una federazione, hanno una forte capacità organizzativa e di resilienza. Quindi, come per talebani afghani, la comunità internazionale deve capire come coinvolgerli (e chi di loro) nei nego-ziati i di pace. Inoltre il coordinamento dei sei Paesi del Corno d’Africa (Igad, Intergovermental Authority on Development) andrebbe rafforzato per contenere le interferenze extra-regionali, non vanno infatti di-menticati gli affari d’oro dei contractor stranieri.

Nel frattempo l’anarchia somala procede. Lo segnalano gli scontri di confine tra al-Shabaab e militari kenioti; e il successo della pirateria estorsiva, sempre più violenta e industrializzata per l’alleanza con mafia russa e finanzieri di Londra e Dubai, all’opera in un area crescente (inclusi i rapimenti di europei nelle località turistiche del Kenya).

Per maggiori informazioni e analisi:
www.crisisgroup.org/en/regions/africa/horn-of-africa.aspx
 

 

Palermo, CVX e MAGIS per il Corno d’Africa

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Martedì 15 ottobre il gruppo Oasi della CVX di Palermo ha incontrato Lea Lombardo per il consueto appuntamento di aggiornamento e sensibilizzazione sulle attività del Magis in città, in Italia e nel mondo. Il gruppo Oasi da anni si impegna generosamente a favore delle missioni sostenendo le adozioni a distanza, partecipando attivamente all’annuale Giornata Missionaria del Centro Educativo Ignaziano, contattando istituti scolastici per promuovere l’educazione allo sviluppo, organizzando eventi e manifestazioni per raccogliere fondi a beneficio dei progetti specifici proposti dal Magis in occasione del Natale. Anche quest’anno il gruppo ha accolto la nostra proposta e ha deciso di impegnarsi per l’emergenza in Corno D’Africa.

Con lo stesso obiettivo, la sede di Palermo ha promosso la collaborazione con alcune parrocchie cittadine: nel mese di novembre è stato allestito uno "spazio Magis" presso la Parrocchia S. Maria di Monserrato e la Parrocchia S. Michele Arcangelo per sensibilizzare le persone attraverso la distribuzione di materiale informativo e la mostra-mercato di prodotti missionari.

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


 

Gesuiti Missionari di dicembre, focus sul Corno d’Africa

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È uscito il numero di dicembre di Gesuiti Missionari Italiani, rivista trimestrale del MAGIS. L’editoriale a firma di padre Davide Magni SJ ci invita a contemplare il presepe con occhi nuovi. «Ogni volta che ci mettiamo davanti a un presepe noi facciamo una teologia, ovvero guardiamo la realtà dell’umanità attraverso gli occhi di Dio», scrive padre Magni.

Nel numero c’è anche una lunga intervista a padre Agide Galli SJ, neo vice presidente del MAGIS. Dopo 46 anni di servizio in Africa padre Galli torna in Italia ma continuerà a «servire non solo l’Africa, ma anche altre parti del mondo». «Il numero dei missionari è diminuito» - osserva Galli - ma «nello stesso tempo è nata la necessità di intensificare la sensibilizzazione delle persone che in Italia sono interessate alla cooperazione con le realtà dei paesi nel Sud del mondo».

Il cuore del numero è uno speciale sul Corno d’Africa ma non di meno interesse sono le testimonianze di gesuiti missionari come padre Gigi Muraro SJ, Padre Giustino Béthaz SJ, Fr. Alberto Chiappa SJ e padre Ilario Govoni SJ.

Richiedi una copia scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


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Dichiarazione dei principi sulla tolleranza

 
La tolleranza. Gli esseri umani devono rispettarsi mutuamente in tutte le loro diversità di credo, di culture e di ligue. Le diversità esistenti nelle società e fra le società non dovrebbero essere né temute, né represse, ma onorate come bene prezioso dell’umanità. Bisognerebbe promuovere attivamente una cultura della pace e il dialogo fra tutte le civiltà
 
 (Dichiarazione del Millennio, Nazioni Unite, settembre 2000, paragrafo 6)              

 

 

 Sapevate che nel mondo ci sono più di 200 lingue ufficiali e circa 4000 lingue abitanti o turisti ? – che parlano lingue che non capisco. Ogni volta che sento la melodia di una lingua sconosciuta, sorrido e il moi cuore la un sussulto … il fatto di non capire mi ricorda in modo meraviglioso che il mondo è ben più vasto di quanto mi accorgo a partire dal moi modo di vedere stretto e unilaterale.

 La vita a New York mi porta a riflettere a cosa sia necessario, oltre la conoscenza concreta di una lingua straniera, per destreggiarmi in una tale torre di Babele. Quali elementi sarebbero necessari per una vita pacifica nella diversità della espressioni linguistiche, culturali, etniche, religiose e altro nel nostro villagio planetario, quali elementi ci aiuterebbero a rispettare la diversità e la dignità di ciascuno? Istruirsi sulla tolleranza e praticarla mi sembra parte essenziale della risposta.

 

 La Dichiarazione dei principi sulla tolleranza è stata adottata a Parigi nel 1995 dagli Stati-Membri dell’Unesco – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. L’anno dopo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha invitato tutti gli Stati Membri a prevedere l’attuazione della Dichiarazione dei principi a livello nazionale. Ecco cosa dice questa dichiarazione a proposito della tolleranza:

 1.1 La tolleranza è il rispetto, l’accettazione e la valorizzazione della ricchezza della diversità delle culture del nostro mondo, dei nostro modi di esprimerci e dei modi di esprimere la nostra qualità di esseri umani. E sostenuta dalla conoscenza, l’apertura di spirito, la comunicazione e la libertà di pensiero, di coscienza e di credo. La tolleranza è l’armonia nella diversità. Non è solo un obbligo di ordine etico; è anche una necessità politica e giuridica. La tolleranza è una virtù che rende possibile la pace e contribuisce a sostituire una cultura di pace alla cultura della guerra.

1.2 La tolleranza non è né concessione, né condiscendenza, né campiacenza. La tolleranza è, innanzitutto, un atteggiameto operativo animato dal riconoscimento dei diritti universali della persona umana e delle libertà fondamentali degli altri. In nessun caso la tolleranza potrebbe essere invocata per giustificare l’attentare a questi valori fondamentali. La tolleranza deve essere praticata dagli individui, i gruppi e gli Stati.

1.3 La tolleranza è la chiave di volta dei diritti umani, del pluralismo (compreso il pluralismo culturale), la democrazia e li Stato di Diritto. Implica il rifiuto del dogmatismo e dell’assolutismo e dà forza le norme enunciate negli strumenti internazionali relativi ai diritti umani.

1.4 In consonanza al rispetto dei diritti umani, praticare la tolleranza non è né tollerare l’ingiustizia sociale, né rinunciare alle proprie convinzioni, né fare concessioni in questi campi. La pratica della tolleranza significa che ognuno può scegliere liberamente le sue convinzioni e accetta che l’altro goda della stessa libertà. Significa accettare che gli esseri umani, che si caratterizzano naturalmente per la diversità dell’aspetto fisico, della situazionee, del modo di esprimersi, dei comnportamenti e dei valori, hanno il diritto di vivere in pace e di essere come sono. Significa inoltre che nessuno deve imporre agli altri le sue opinioni.

    
 
 

Poiché lavoriamo per un’educazione che trasforma, siamo chiamate ad insegnare la tolleranza e a praticarla nella nostra vita. Che passo faremo il 16 novembre per rendere più visibile questo impegno?

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Cecile Meijer, rscj, Bureau ONG         
Octobre 2011        

  

  

  

 

 

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La
Petizione sullo Zoccolo di
Protezione Sociale

 

 

Sapendo che più di 1,4 miliardi di persone cointinuano a lottare per vivere con mendo di $1.25 al giorno (Banca Mondiale), è evidente che bisogna fare molto di più per sradicare il flagello della povertà estrema. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIT) e l’Organizzazioone Mondiale della Salute (OMS) coordinano l’iniziativa per una Zoccolo di Protezione Sociale (I-SPS) comne sforzo congiounto dell’ONU, per costruire una coalizione globale impegnata a sostenere ogni paese a stabilire uno zoccolo nazionale di protezione sociale per i propri cittadini.

 

Il concetto di Zoccolo di Protezione Sociale è chiaro. Nessuno divrebbe vivere al di sotto di un certo licvello di rendita. Tutti dovrebbero avere accesso, almeno, ai servizi sanitari di base, all’educazione primaria, all’alloggio, all’acqua potabile, e ad altri servizi essenziali.  

 

Il Comitato delle ONG per lo sviluppo sociuale partecipa a una campagna di sostegno a questa iniziativa mediante internet. Sul sito del Comitato delle ONG - http://www.ngosocdev.net – potete trovare molti documenti che spiegano questa campagna. Sono in quattro lingue: français, espagnol, anglais et portugais.

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Per firmare la petizione
:  

www.gopetition.com/petitions/signature-campaign-social-protection-floor.html (English)

www.gopetition.com/petitions/appuyer-le-socle-de-protection-sociale.html (français)

www.gopetition.com/petitions/en-apoyo-del-piso-de-protecci%C3%B3n-social.html (español)

www.gopetition.com/petitions/patamar-de-prote%C3%A7%C3%A3o-social-para-todos-e-todas.html (Portuges)

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Il Comitato delle ONG per lo sviluppo sociale           
Estate 2011    
 
 
 
  

 

   

  

  

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Introduzione alle Nazioni Unite

 

Le Nazioni Unite (ONU) sono tate create nel 1945 come organizzazione internazionale che ha per membri paesi e stati. Oggi contano 193 Stati Membri – l’ultimo a diventare membro è stata la Repubblica del Sud Sudan nel luglio 2011.

 

La  Carta delle Nazioni Unite   è il documento costitutivo che ne orienta l’azione. L’articolo 1 della Carta indica gli scopi dell’Organizzazione:

  • Mantenere la pace nel mondo
  • Sviluppare rapporti amichevoli fra le nazioni
  • Realizzare la coopoerazione internazionale per lo sviluppo affrontando le questioni della povertà, della fame, delle malattie e dell’analfabetismo
  • Rafforzare il rispetto dei diritti umani
  • Essere un centro dove si armonizzano gli sforzi delle nazioni in vista di questi scopi comuni.

I tre grandi pilastri tematici delle Nazioni Unite – pace e sicurezza, sviluppo e diritti umani – sono inseparabili e si intrecciano. L’ex Segretario generale Kofi Annan descriveva così questa interrelazione:

... non c’è sviluppo senza sicurezza, non c’è sicurezza senza sviluppo, e non ci può essere sicurezza, né sviluppo se non vengono rispettati i diritti umani. Se non si lotta contemporaneamente su tutti i fronti, non ONU_3
sarà possibile nessuna vittoria.

Rapporto del Segretario generale Kofi Annan,      
In una più grande libertà, 2005, paragrafo 17        

 

  

Per raggiungere questi obiettivi, la Carta della Nazioni Unite ha creato sei grandi organi operativi:

Nei prossimi mesi, l’Ufficio ONG presenterà brevemenre questi organi : cosa sono, cosa fanno, come funzionano, ecc. Questi articoli saranno una prima iniziazione al funzionamento delle Nazioni Unite.

Intanto vale la pena consultare il sito internet delle Nazioni Unitequi disponibile in sei lingue. Per spiegazioni in una lingua più accessibile ai giovani, vedere il CyberSchoolBus.

Cecile Meijer, rscj         
Bureau ONG          
Ottobre 2011         
 
      
  

 

 

Sorella Cecile Meijer ci comunica il nuovo sito internet della

nostra ONG all'ONU.

 

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http://sacredheartattheun.org pour l’anglais

http://sacrecoeuralonu.org pour le français

http://sagradocorazonenlaonu.org pour l’espagol.

 

vi invito a sfruttarlo perchè è molto interessante

 


voto

 

 

 

Ai referendum  

di domenica 12  

e lunedì 13 giugno  

vota SI



nucleare

 

                                            1- Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.

 

 

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    2 - Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA.   

 

 

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                                3 - Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.

 

 

 

Secondo legge potevano essere svolti tra il 15 aprile e il 15 giugno, ma i referendum abrogativi sono stati infine fissati per il 12 e 13 giugno, quindi senza unire il voto con le elezioni amministrative del 15–16 maggio. Tale scelta è stata criticata quale enorme spreco di denaro pubblico e come tentativo di non far raggiungere il quorum ai referendum. Un tentativo di boicottaggio. Infatti se non andranno a votare il 50% + 1 degli aventi diritto i referendum non saranno validi. Il Ministro degli Interni Roberto Maroni (della Lega di «Roma ladrona») ha scelto per la divisione delle due consultazioni. Di fatto questa decisione costerà alle casse dello stato, come evidenziano alcune stime riportate dalla stampa, uno spreco di 400 milioni di euro in più rispetto ad un ipotetico accorpamento delle elezioni amministrative col referendum

 

RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè non si faranno passare gli spot nè in Rai nè a Mediaset.

Sapete perché? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per l'attuale governo, ma stupendo per tutti i cittadini italiani:

 

1 - Se passa il SI per dire NO AL NUCLEARE, NON POTRANNO PIU' ARRICCHIRSI GLI IMPRENDITORI-AMICI CON I NOSTRI SOLDI E LA NOSTRA SALUTE.

 

 

2 - Se passa il SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA,  NON POTRANNO ARRICHIRSI GLI IMPRENDITORI-AMICI LUCRANDO SU UN BENE DI PRIMA NECESSITA'.

 

3 - Se passa il SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, BERLUSCONI NON POTRA' PIU' DIRE CHE HA LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DALLA SUA PARTE E DOVRA' DIMETTERSI.

 

Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E' necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone. Secondo la propaganda di "regime" le cose devono andare a finire così:

 

1 - I cittadini si informano attraverso la Tv.

 

2 - Le Tv appartengono a Berlusconi.

 

3 - Berlusconi, per i motivi sopra indicati, non vuole che il referendum passi.

 

4 - Il referendum non sarà pubblicizzato in TV.

 

5 - I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12-13 giugno.

 

6 - I cittadini, non andranno a votare il referendum.

 

7 - Berlusconi sarà contento, farà arricchire i suoi amici, si arricchirà, resterà al suo posto.

 

8 - I cittadini, continueranno a prenderla ....

 

Vuoi che le cose non vadano a finire cosi?

 

Passaparola

Francesca

 

Informazioni aggiuntive