Films

 Francesco 1
IL PAPA DELLA GENTE            

  

"CHIAMATEMI FRANCESCO”

  

E’ un film prodotto da Pietro Valsecchi in cui il regista Daniele Luchetti con Martin Salinas realizza un’opera onesta e sincera.

   Il regista, che si dichiara non credente, per 18 mesi ha fatto lunghe ed attente ricerche a Buenos Aires per studiare la storia di Jorge Mario Bergoglio e narrarla dall’infanzia alla sua elezione al Pontificato.

   Il film, che dura circa 94 minuti, è la sintesi di un’opera più ampia che sarà trasmessa fra qualche tempo in TV.

  francesco 2 Incontriamo subito il Card. Bergoglio, impersonato dall’attore cileno S. Hernandez, che arriva a Roma per partecipare al Conclave del 2013. Poi la scena si sposta su una terrazza ed eccolo là, con lo sguardo fisso sulla cupola di S.Pietro, mentre le note lontane di una chitarra lo riportano indietro nel tempo… Inizia ora un lungo flashback e questa volta l’attore argentino Rodrigo de la Serna sarà il giovane e poi il gesuita Bergoglio.

   Sotto i nostri occhi scorrono gli anni giovanili degli studi, delle amicizie e della chiamata alla vita religiosa che Jorge realizzerà nella Compagnia di Gesù. Il gesuita, che desidera andare missionario in Giappone, abbraccerà invece responsabilità sempre maggiori e lo vediamo superiore e provinciale in un’Argentina sconvolta dalla dittatura militare. Il clima politico in cui si muove sotto il governo del generale Videla diventa difficile, sospettoso, tragico. Ma P. Bergoglio cerca di restare in equilibrio tra la dottrina e le aperture sociali: non provoca le autorità, preferisce agire con estrema prudenza e cautela perché la sua attenzione è rivolta soprattutto agli esseri umani. Sono le donne e gli uomini perseguitati o poveri, atei o credenti, nei palazzi ricchi di Buenos Aires o nelle baracche misere delle periferie che hanno bisogno di aiuto e lui affronta rischi e fatica pur di accogliere, ascoltare e salvare chiunque bussi alla sua porta.   Il regista è attento a sottolineare con sequenze coinvolgenti l’attività apostolica del pastore e spesso sposta la macchina da presa dai volti, dalle mani e dagli occhi terrorizzati di chi è in pericolo allo sguardo triste, ma sereno di Bergoglio.

   Il film non è fazioso, né patetico, ma scorre con ritmo incalzante, fermandosi spesso su immagini contrastanti: la ricchezza dei palazzi e la povertà delle periferie, l’eroismo di una chiesa coinvolta e la cecità di una chiesa vicina al potere… la bontà di alcuni, la ferocia di altri. Ma nella grande tragedia argentina domina la figura di questo gesuita che, dopo alcuni anni di “esilio” alla fine della dittatura, tornerà a Buenos Aires vescovo e cardinale per partire definitivamente verso un paese lontano.

   Nelle ultime sequenze ci ritroviamo a Roma, nella Cappella Sistina, e siamo colpiti dalla bellezza del luogo, dal rosso delle vesti cardinalizie e dalla voce che ripete “Bergoglio” leggendo le schede.

francesco 4   Infine non ci sono più gli attori, ma la realtà, la fumata bianca, la proclamazione dalla loggia in ripresa diretta e quel nome che stupirà tutti: Francesco. Il film si chiude con il primo saluto del nuovo papa: “Fratelli e sorelle, buonasera”.

 

Avigliana 25 dicembre 2015

                                                                                                     Rachele Gulisano

 

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"12 anni schiavo"

Libro autobiogafico nel 1953 e film da oscar nel 2013

 

Solomon Northup, un uomo nato libero, fu rapito a Washington nel 1841, e fatto schiavo per dodici, interminabili anni.
In queste memorie, pubblicate per la prima volta nel 1853, troviamo tutta la sua storia: mentre si trovava a Washington con due sconosciuti che gli avevano proposto un ingaggio come violinista, venne assalito nel cuore della notte, drogato, legato e trascinato al mercato degli schiavi. Lì fu subito minacciato: se avesse rivelato di essere nato libero, sarebbe stato ucciso. Iniziarono così dodici anni di schiavitù, di violenze, brutalità e sofferenze senza fine. Solomon capì che gli schiavi valevano meno del bestiame: potevano essere picchiati, costretti a lavori massacranti, potevano morire nella completa indifferenza. Lui stesso venne assalito con un’ascia, minacciato di morte, fu costretto a uccidere per salvarsi. Poté vivere sulla sua pelle una delle pagine più nere della storia d’America, la piaga nascosta dietro la splendente vetrina del Paese che cresceva e abbatteva ogni confine. Poi, al culmine della disperazione, Northup incontrò un bianco completamente diverso dagli altri. A lui Solomon affidò una lettera indirizzata a sua moglie e da quel momento tutto cambiò.

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Oscar: "12 anni schiavo" è il miglior film

Dodici anni schiavo vince l'Oscar per il miglior film e altre due statuette, sceneggiatura non originale e attrice non protagonista della debuttante oggi star Lupita Nyong'o. Gravity porta a casa sette statuette, compresa la regia per Alfonso Cuaron. Cate Blanchett per Blue Jasmine e Matthew McConaughey per The Dallas Buyers Club vincono come attori protagonisti

Titolo originale: 12 Years a Slave

Anno: 2013 - Nazione: Stati Uniti d'America - Durata: 133 min - Data uscita in Italia: 20 febbraio 2014 Genere: biografico, drammatico, storico

 

12 anni 2Guardare questo film è come entrare nella storia di tanti e tante –bambini, donne e uomini- che ogni giorno arrivano sulle nostre coste stipati in carrette del mare o entrano dalle frontiere di terra nascosti dentro e sotto i tir che percorrono l’Europa: imbrogliati, rapiti … resi anch’essi schiavi alla mercè di padroni senza morale e senza umanità.

Mi ha interrogato sulla sponda dove volevo collocarmi: da quella di chi sfrutta trattando l’altro meno che come animale, o dalla parte di chi osa rischiare in prima persona, riconoscendo l’altro uguale a sé, per rendergli il diritto di essere “uomo”?

Agosto 2015

A.A.

 

 

  DUE SITUAZIONI REALI VISTE CON GLI OCCHI DI DUE REGISTI

TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako uscito il 12/2/2015

LEVIATHAN di Andrey Zvyagintsev    uscito il   7/5/2015

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   Questi due film, distribuiti dall’Academy Two e che in alcuni cinema di Torino sono rimasti per mesi, hanno in comune il tema:l’uomo di fronte alla violenza. Violenza che priva della libertà e della vita; violenza organizzata da un gruppo terrorista o dallo stato; violenza che genera, sempre, morte.

Sono un grido di protesta e di ribellione che vuole giungere là dove i mezzi di comunicazione non osano arrivare, perché “tante cose anomale vengono spesso taciute e il mondo resta in silenzio quando le vittime sono….lontane o diverse da noi”

 

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   Timbuktu era un luogo straordinario di tolleranza e scambi. Nessuno si sentiva minacciato ed offeso se andava alla moschea, ma nel 2012 la città fu occupata dai jihadisti e la popolazione presa in ostaggio. In una tenda, tra due dune sabbiose viveva in pace Kidane con la moglie Satima, la figlia Toya e il giovane Issan guardiano della mandria di buoi.

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Tutto fu proibito:la musica, le sigarette, il calcio, l’allegria. Le donne furono obbligate a mettere il velo, ma nonostante ciò la vita continuò a scorrere fino a quando la violenza non esplose feroce. Il destino della famiglia mutò di colpo quando Kidane uccise per caso il pastore che aveva massacrato il bue della mandria e la condanna a morte fu decretata per lui e la moglie.

   Il film non è stato girato a Timbuktu per motivi di sicurezza, ma in Mauritania e la troupe è stata protetta dall’esercito perché la zona era pericolosa.

 

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   Leviathan descrive un villaggio vicino al mar di Barents, nel nord della Russia, dove vive Kolia padrone di un’officina. Anche lui ha una famiglia, lavora e si sente sereno, ma il sindaco del luogo vuole portargli via l’officina, la casa e la sua terra. Quando il pericolo diventa realtà Kolia reagisce. E’ l’eterna storia del conflitto tra l’individuo e l’autorità , la cui origine può essere cercata nella storia biblica del calvario di Giobbe. C’è anche un riferimento al lavoro del filosofo Hobbes e in questo nostro caso il Leviathan è una balena che emerge dal mare e distrugge tutto.

   Il film è stato girato a Teriberka, sulla costa del mar di Barents, dove è stata costruita una casa con un’officina. Lo scheletro della balena blu pesa una tonnellata e misura 24 metri, ma nella memoria del regista c’era una storia avvenuta in America, nel Colorado, in cui un altro meccanico reagì all’autorità con un bulldozer che distrusse tutto ciò che incontrava.

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   Scrive il regista russo:” Sono profondamente convinto che in qualsiasi società in cui ognuno vive, dalla più arcaica alla più sviluppata, tutti dovremmo confrontarci con questa alternativa: vivere come uno schiavo o come un uomo libero. Se ci illudiamo che possa esistere un potere dello stato che ci sollevi da questa scelta, stiamo sbagliando. Nella vita di ogni uomo esiste un momento in cui bisogna decidere di lottare per la giustizia, ma anche per la propria terra.”

 

Avigliana 13 giugno 2015

 

                                                                                

Rachele Gulisano             

  

 

 

  

IL GIOVANE FAVOLOSO

È un film di Mario Martone che   mette a fuoco la figura di Giacomo Leopardi. L’operazione “attualizzazione e svecchiamento” è fatta con gusto e delicatezza, senza grotteschi anacronismi : Giacomo è un giovane dell’ ‘800 e le sue aspirazioni, smanie, desideri, passioni, compresa la passione politica risorgimentale sono connotate dal clima del Romanticismo . A tal clima si aggiunge ciò che abbiamo studiato, ( nella lontana gioventù) e fa parte del patrimonio culturale italiano: la famiglia austera, l’educazione opprimente, il palazzo biblioteca, la piazzetta antistante il Palazzo Leopardi e gli orizzonti marchigiani, il desiderio di evasione, lo studio matto e disperatissimo. Una gradevole sorpresa è l’ambientazione iniziale: i 3 fratelli giocano e studiano insieme e il capobanda è proprio Giacomo mentre Paolina studia come i fratelli maschi (segno delle vedute moderne le padre)

Il clima favoloso prosegue con l’idillio alla finestra, Silvia –Teresa che lavora e poi si ammala e muore : Giacomo va a vederla morta ma non per “distribuire parole di fede “ (come la madre): è il primo impatto con la morte e poi “due cose al mondo generò la sorte….amore e morte “ una tematica che qui si vede in germe.

In questo clima romantico ha luogo la visita di Giordani, un modesto letterato che aveva intuito la genialità di Giacomo e lo sollecitava a scrivere: all’arrivo di Giordani, per la prima volta i figli maschi escono di casa da soli (senza precettore). Il-giovane-favoloso Giacomo-Leopardi

Drammatico il tentativo di fuga e successivi rimproveri …seguiti da originale scatto d’ira dell’interessato, che rompe anche una sedia…

Finalmente il permesso di uscire dal natio borgo selvaggio e l’andare pellegrino in cerca di felicità e bellezza… Roma lo delude, Firenze lo seduce, anche perché vi incontra l’amore, nella persona di Fanny, signora più o meno felicemente sposata, che lo illude e si burla di lui, preferendogli l’amico Antonio Ranieri, più bello e aitante. La delusione è tale che Giacomo vuole lasciare Firenze e va a Napoli, ospite proprio di Ranieri (per il quale l’amore di Fanny era una fuggevole avventura, mentre l’amicizia per Giacomo era la cosa seria).

A Firenze c’è anche l’episodio all’Accademia della Crusca, dove lui aveva proposto le Operette Morali come libro dell’anno, non vince il premio e gli si dice che il suo pessimismo lo rende illeggibile: ”non è forse anche per il vostro aspetto fisico che siete indotto a pensare così?“ qui la risposta di Giacomo è amaramente ironica.

Gli offrono lo stesso una bella cifra, di consolazione, che lui, pur essendo a corto di soldi, non accetta (i famosi amici fiorentini trovano modo di farglieli arrivare per vie traverse..)

Il soggiorno a Napoli è connotato in modo molto gradevole: sole, passeggiate per le ville vesuviane, gelati e fughe nei bassi fondi, dove trova calore umano e accoglienza anche grazie …..alla gobba portafortuna. Però la salute peggiora, e mentre a Napoli infuria il colera Giacomo muore nel contesto di una villa vesuviana, tra cielo e mare accudito amorosamente da A. Ranieri e dalla di lui sorella Paolina.Leopardi a Napoli

L’Aspetto fisico dell’attore, E. Germano, all’inizio è troppo prestante per come ci siamo immaginato Leopardi, ma poi, grazie a grucce e gobbe, diventa plausibile.

Buon film, intessuto di citazioni dalle opere, che però non appesantiscono la narrazione perché chi non conosce le fonti le vive nel contesto narrativo.

Erminia Oliva

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                                                   OBBEDIENZA E PERSUASIONE

    

DIPLOMACY   2014

   Nel film “Diplomacy” mi ha colpito soprattutto l’atmosfera intesa che avvolge tutta l’azione. E’ il dialogo tra i due protagonisti a creare l’atmosfera, quel dialogo teso e sferzante, ma anche pacato e sottilmente persuasivo che s’intreccia sino all’epilogo.

   La grande storia, la guerra, è lontana e vicina insieme in quel salotto di un albergo parigino, così come è lontana e vicina Parigi di cui si parla come di una condannata a morte. La vediamo ogni tanto nella sua bellezza, ma non riusciamo a temere per lei perché sappiamo che fu salvata dalla distruzione.   Ci commuove tuttavia rivedere i suoi monumenti più famosi in una foschia crepuscolare.

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   “Diplomacy” è un film pieno di contrasti: il soldato e il diplomatico, i nazisti ed i partigiani, il senso del dovere e la libertà di coscienza si scontrano sino alla fine. Ma è anche un film intessuto sul sentimento dell’amore: per la patria (la Germania), per la città (Parigi), per la famiglia.

Come ci appaiono i protagonisti? Il generale tedesco, duro e determinato, alla fine, rivela astio verso il tiranno, perché si è sempre sentito “un passo indietro” ai colleghi che hanno tentato di uccidere Hitler, mentre lui è stato scelto solo dopo la morte degli altri e non per i suoi meriti. E, quando all’astio si aggiunge l’angoscia per la moglie e i figli, il generale crolla, non per le parole del console, né per le notizie della disfatta: in lui prevale l’uomo con il suo peso di dolore.

Il diplomatico, invece, durante tutto lo svolgersi del dialogo mantiene un atteggiamento controllato, un linguaggio suadente, ma anche la superiorità di chi si sente nel giusto. Fine, distinto, rimane enigmatico sino alla fine quando capiamo che non è spinto da un amore disinteressato per Parigi, ma è stato “ inviato”. Da chi? Dai servizi segreti dell’esercito alleato? Dai partigiani francesi? Non è chiaro. Solo dalle scritte finali veniamo a conoscenza che: il Generale si è salvato con tutta la sua famiglia e il Diplomatico è stato decorato con la Legione d’onore.

Diplomacy photo AndreDussolier 1000
La storia, invece, precisa che i due protagonisti si conoscevano da un certo tempo ed insieme avevano negoziato uno scambio di prigionieri tedeschi in cambio di prigionieri della resistenza francese. È un po’ difficile capire dove finisce la realtà e comincia la fantasia, ma a noi è dato solo di analizzare il film che è bellissimo e merita d’essere visto.

NB.

     Il 23 agosto 1944 il gen. Dietrich von Choltitz, governatore di Parigi ricevette da Hitler l’ordine di minare e fare saltare in aria Parigi. Tutti i ponti (eccetto uno) e i monumenti furono minati, ma la città non venne distrutta. Sappiamo che il console svedese Raoul Nordling e il gen. von Choltitz

s’incontrarono, ma non si è mai saputo perché il tedesco non eseguì gli ordini il 25 agosto e salvò la città. Questo fatto è stato rappresentato in teatro ed ora gli stessi attori sono stati scelti per il film.

  

dicembre 2014                                                                          RG

 

 

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“ IO VADO A SCUOLA”

  
documentario Regia di Pascal Plisson   (Francia 2013)

 

    E’ un film decisamente inusuale per i nostri schermi, un documentario recitato, frutto di una produzione tra Francia, Cina, Sud Africa, Brasile e Colombia, quasi un evento, girato con meticolosa pazienza ed innegabile impegno.

 

   Un film sull’importanza della scuola, sul valore dell’istruzione che, in molte parti del mondo, è considerata un traguardo, una fortuna o addirittura un privilegio. Ciò è agli antipodi da certa mentalità occidentale che, a volte, sminuisce il valore della scuola e quasi disprezza la cultura.

  Non la pensano così i giovanissimi protagonisti del documentario e le loro famiglie che inviano con grandi sacrifici i figli a scuola per offrire loro un futuro. 


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 Si parte dal Kenia dove Jackson,-10 anni- con la sorellina Salomé percorre chilometri e chilometri a piedi nella savana per arrivare in tempo a scuola al momento dell’alza bandiera. Un percorso di ore, senza soste, tra animali selvaggi e la paura degli elefanti.  

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Sempre a piedi e per i sentieri montani dell’Alto Atlante in Marocco cammina Zahira- 11 anni- con alcune compagne per raggiungere il collegio e tanti altri ragazzi. Anche questo viaggio è faticoso e pericoloso.

 

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 Carlito-11 anni- e la sorellina Micaela, nell’altopiano argentino della Patagonia, vanno invece a cavallo: qui siamo nella terra dei gauchos e i ragazzi appaiono sereni ed allegri.

 

  

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Infine troviamo tre fratellini indiani nella zona del golfo del Bengala: Samuel-11anni-, costretto su una sedia a rotelle vecchia e arrugginita, è intelligente e vuole diventare medico, Gabriel ed Emmanuel faticano a trascinarlo ogni giorno per più di un’ora e condurlo a scuola dove viene accolto con grande amore dai compagni.

  
  
Non serve dire altro: tutti vogliono studiare, riuscire bene e prendere un diploma. Il documentario dice che ci riusciranno, nonostante la fatica, perché sono profondamente motivati e aiutati dalle famiglie che li incoraggiano e li benedicono ogni volta che partono tra mille difficoltà.
 
 
   Il documentario dura un’ora e mezza ed è diviso in quattro parti, all’inizio separate e con una didascalia in chiusura che segnala nome ed età dei ragazzi, chilometri e ore di cammino e luoghi. Ma, ad un certo momento, il regista ci permette di seguire i 4 “gruppi” nel loro affrettarsi verso la meta, per mostrarci, in successione, l’arrivo nelle rispettive scuole dove una folla di ragazzi li attende.

                                   

Che cosa mi ha colpito in particolare?

1-      L’amore con cui genitori e nonni preparano questi ragazzini al distacco, alla fatica, ad affrontare lo studio e la benedizione con cui li inviano.

2-      Il coraggio e la resistenza dei ragazzi che camminano da una a quattro ore per raggiungere la scuola, tra pericoli d’ogni genere.

3-      L’aiuto che essi ricevono, quasi sempre, quando chiedono qualcosa (la riparazione di una ruota o un passaggio su un camion per es.)

Mentre le immagini e la musica mi riempivano mente e cuore, pensavo ai nostri alunni, nati nel primo mondo, che raggiungono la scuola accompagnati dagli adulti, spesso in auto, quasi sempre protetti, eleganti ed…annoiati. Certo ci sono anche i più poveri, i meno fortunati, ma certamente nessuno di essi deve percorrere tanti Km per arrivare a scuola …….   E’ per loro il documentario?   Credo che sia anche per i loro genitori….

 
Avigliana 15 ottobre 2013

                                                                                           Rachele Gulisano rscj

  

 

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