Esperienze

Riflessione su Filippina Duchesne

Chi parte verso l’ignoto non vede subito le difficoltà del cammino perché lo sguardo è rivolto alla meta lontana. Così Filippina quando il 21 marzo 1818 s’imbarca sulla “Rebecca”e naviga verso un mondo sconosciuto ha quasi 50 anni, l’energia di una giovane, l’urgenza di portare il Vangelo a chi non lo conosce e il cuore pieno di speranza. Ma non sa ancora che spesso i piani di Dio non coincidono con i nostri, benché la rivoluzione prima e la lunga attesa dopo l’hanno preparata. In seguito altri avvenimenti dolorosi le ricorderanno che “se il seme non muore non porta frutto”. E allora, accanto a gente semplice che parla una lingua a lei incomprensibile, sarà soltanto “la donna che prega sempre”. Ma sulla sua strada incontrerà altri incroci pericolosi: le difficoltà logistiche, il clima, il cibo, la lentezza della posta, la salute sempre più fragile, le relazioni non facili e infine … la M.Galitzin …Così l’intrepida M.Duchesne, attraverso la sofferenza, l’umiliazione e la preghiera, raggiunge quella pienezza di dono che la trasforma.

  fiore Secondo me, Filippina è grande non solo per il suo zelo apostolico, ma per quel lasciarsi condurre, piegare, quasi spezzare nelle grandi e piccole circostanze. E obbedisce sempre, nel corso della sua lunga e difficile vita, a Dio soprattutto, alle superiore e alle leggi religiose e civili, perché ha capito che la missione affidatale è quella di “testimoniare l’Amore del Cuore di Gesù” con la parola e l’azione, ma forse ancora di più con l’umile preghiera silenziosa.

 

 

                                                                  Rachele Gulisano rscj

 

La Luce

             

Noi volontari all'Istituto Martuscelli di Napoli ci incontriamo periodicamente con persone non vedenti dalle quali riceviamo molto a livello umano e spirituale. Una di loro mi ha comunicato questa sua esperienza che trasmetto senza nessuna correzione. 

Matrona (questo è il suo nome) così si è espressa:

Lucesolealba“Il giorno è la nostra vita
L'alba è simbolo della nostra vita che inizia con le nostre gioie e le nostre difficoltà.
Il sole è simbolo della nostra vita che splenderà davanti al Signore al termine della nostra vita. Il sole è la bellezza, la sua luce è una pallida immagine di Gesù, non c'è bisogno di miracoli per credere perché questo noi lo avvertiamo tutti i giorni, ma è tale l'indifferenza che noi non sempre ci fermiamo a considerarlo,

Il sole illumina la terra come il Signore illumina noi. Il sole ci riscalda come Gesù riscalda le anime di chi lo ama davvero. Il sole è simbolo del bene e dell'amore anche quando il tempo è cattivo esso vince sempre è sempre giorno anche se coperto dalle nuvole.
Il sole ci insegna l'umiltà, sorge nel silenzio non fa rumore come tuoni pioggia, grandine …come sorge silenzioso così se ne va al tramonto.

Il tramonto è simbolo della vita che, se trascorsa santamente, si va spegnendo "colorata" dalle buone azioni compiute in vita. Niente è come la luce del giorno, si ci può inventare tutto, ma nulla sostituisce il giorno.
               Io non vedente percepisco attraverso l'aria, che si fa cupa, che il giorno sta per finire, allora rivolgo al Signore il mio grazie perché mi ha tenuta in vita dandomi dei doni che Lui elargisce abbondantemente a noi non vedenti. Quando l'aria si fa cupa e avverto che piano piano si fa notte la mia sensazione di buio a volte accresce la mia cecità, ma ritrovo sempre il sole dentro di me........


Riflettendo su questa "meditazione" che ci offre Matrona possiamo dedurre che la "LUCE" di persone non vedenti è a volte più illuminante e PROFONDA di coloro che vedono.

                                                                                                     Silvana Moraca, rscj

 

 

 Salone Internazionale del Libro

  Torino Lingotto 8 - 12 maggio 2014

                   

 

salone del libroIn questi giorni, dalle 10 alle 23, la metropolitana trasporta al Lingotto una folla multietnica: adulti, giovani, ragazzi ed intere famiglie arrivano, si mettono in coda e poi girando nei vari padiglioni, si fermano, guardano e, a volte, comprano qualche libro.

Da 27 anni quest’evento si ripete; prima si arrivava al Salone col tram 18 o coi propri mezzi, gli editori presenti erano in numero limitato, ora, la globalizzazione ha allargato gli spazi, le proposte e le offerte e quest’anno i nuovi espositori sono 53. Ma la novità del Salone 2014 è la presenza della Santa Sede come ospite d’onore, in uno spazio del Padiglione 3 dove un Cupolone di libri e la pianta che riprende il progetto della Basilica di S. Pietro fatto dal Bramante invitano i visitatori ad ammirare manoscritti, originali, illustrazioni, lettere, sculture e frammenti marmorei giunti dal Vaticano.

Accanto agli espositori ruota un numero consistente e qualificato di autori, relatori e moderatori che nelle sale dai nomi vivaci (gialla, azzurra, rossa, blu, bianca, argento, arancia, avorio e “500”) presentano i libri e li commentano con professionalità e competenza.libri

Non mancano le “officine” i “laboratori”, gli “spazi” e un “salone off” che diffonde nelle vie e nei quartieri di Torino e provincia quanto avviene al Lingotto.

Ma due sono stati i momenti più attesi nella fitta serie d’incontri sui temi della religione e della spiritualità: il dialogo tra il Card. G. Ravasi e Claudio Magris in cui si sono confrontati idee e pensieri diversi e l’intervento del Segretario di Stato Vaticano, Card. P. Parolin su Papa Francesco.

salone libroSabato 10 maggio, dopo la visita al salone, ho seguito con molto interesse quest’incontro che si è articolato in tre momenti. Ha prima parlato P. Antonio Spadaro, sj direttore de La Civiltà Cattolica, poi R .Pecchioni, presidente del salone, il Vescovo Nosiglia ed il sindaco Fassino e finalmente Mons. Parolin ha evidenziato ed approfondito 4 parole/concetti che Papa Francesco ripete molto spesso: tenerezza – misericordia – verità – giustizia.

Il Cardinale ha poi fatto notare come i neologismi e le immagini, di cui il Papa si serve per essere incisivo, siano ormai entrati nell’immaginario comune.

Sono contenta d’avere partecipato a questo momento di riflessione anzitutto perché il tono pacato e il periodare semplice dell’oratore ha permesso al pubblico numeroso ed eterogeneo di seguirlo e inoltre perché, dopo il giro fra i libri e un via vai di folla vivace, scendere nei sottosuoli del Lingotto e trovarmi nell’accogliente sala 500 è stata la migliore conclusione della mattinata dedicata alla cultura.

Avigliana 11/5/2014

                                                                                  Rachele Gulisano

 

 

 

Pregiudizi

Un divano, due poltrone, un puff, la strada per raggiungere il tavolo degli aperitivi è piena di

ostacoli; per di più c'è un tappeto e sul tappeto le ruote della mia carrozzina si inceppano. Ma

Franco arriva con un Martini e la ciotolina delle noccioline.

"Ti ho vista al concerto ieri sera", mi dice, "stavi con un tipo strano in carrozzina."

"Strano?"dico io.

"Più che strano aveva l'aria di un poveraccio."

"Vuoi sapere chi era?" gli chiedo.

Franco mi guarda privo d'espressione dall'alto del suo metro e ottanta, non c'è un filo di curiosità sul

suo volto, nessun interesse per l'uomo in carrozzina. Ai suoi occhi è solo un poveraccio.

Era successo la sera prima, all'Auditorium. Pochi minuti prima dell'inizio era entrato un uomo

affannato, di corsa, su una carrozzina verniciata di rosso. Sembrava affaticato, con i capelli in

disordine; dalla cravatta allentata si intravedeva il bottone slacciato della camicia.

"Meno male, che fortuna, ho trovato l'ultimo biglietto, il Requiem di Mozart mi fa impazzire, l'ho

saputo poco fa che questa sera c'era il Requiem, ce l'ho fatta appena in tempo", dice.

Poi tira fuori dalla tasca un telefonino e me lo porge.

"Lei è capace a spegnerlo? Non vorrei che si mettesse a squillare all'improvviso. Io non so come

spegnerlo."

Prendo il telefonino, è un vecchio Nokia che sembra un citofono, pesante come un'arma da difesa,

seleziono il comando, spingo il pulsante, l'apparecchio si spegne.

"Grazie", dice rimettendoselo in tasca, "non avrei saputo come fare, sarebbe stato imbarazzante se

si fosse messo a squillare. Non ho confidenza coi telefonini."

Sospira, sbuffa, si assesta sulla carrozzina, controlla i freni, poi mi fissa con gli occhi celesti un po'

sporgenti e mi fa: "Lei ha avuto un incidente?"

Sì, rispondo, ho avuto un incidente, diciotto anni fa, per questo sono in carrozzina.

Lui sorride, amichevole. "Mi sono rivolto a lei, sa, in un certo senso, per una sorta di sintonia. Io ho

la distrofia." Poi volge lo sguardo in giro, verso la grande volta che sembra il guscio di un

coleottero e aggiunge "Bello quest'Auditorium".

Sì, rispondo, è bello, e anche ricco di iniziative di tutti i tipi.

"Già, io sono qui per il festival della matematica", dice l'uomo in carrozzina.

Allora lei è un matematico, chiedo.

Scuote la testa.

"Sono fisico, fisico teorico, ma la musica è il mio paradiso perduto. Da ragazzo ho preso lezioni di

pianoforte e ogni tanto lo suono, male, ma mi diverto. Se potessi reincarnarmi sceglierei di fare il

musicista. Adoro la musica classica"

Forse la musica classica evoca una costruzione intellettuale di tipo matematico, gli dico.

"Cosa c'entri il mestiere di fisico con la musica di Bach e di Mozart davvero non lo so. Però so che

l'apprendimento della scienza non è dissimile a quello della musica. Ammiro nei musicisti la

capacità di ripetere all'ossessione lo stesso brano fino a giungere alla perfezione ma anche, in quelli

veri, la visione d'insieme e quella simbiosi con l'emozione che fa il vero artista Senza emozione e

senza sofferenza non si diventa scienziati. E poche esperienze sono così emozionanti come un

concerto suonato da un grande artista. Ha mai sentito suonare Rubinstein e Benedetti Michelangeli?"

No, non ne ho avuto l'occasione, non mi sembra che siano mai venuti a suonare a Roma, da

trent'anni a questa parte. Però ho sentito Pollini, gli dico.

"Pollini? Lo conosco, me l'hanno presentato degli amici, voleva parlarmi e ci siamo incontrati"

Mi domando chi sia questo signore su una carrozzina rossa un po' malandata, un fisico teorico con

gli occhi celesti sporgenti, i capelli biondi acciuffati e la cravatta allentata. Sono curiosa, ho la

domanda sulla punta della lingua, sto per farla, ma inizia la prima parte del concerto. Le luci si

spengono e le note della sinfonia K 551 "Jupiter" si spandono nel buio della sala. Alla fine

esplodono gli applausi. Poi il pubblico si alza, molti si avviano verso le uscite.

"Dove vanno?" chiede lui.

Alcuni vanno al bar, altri a fumare, rispondo.

"Già, vanno a fumare. Ma lei lo sa quante persone muoiono in Italia per colpa del fumo? Sono quasi

centomila ogni anno, venti volte i morti per incidenti stradali. Il fumo è un vero flagello, ma

nessuno se ne preoccupa."

Un signore si avvicina con l'aria amichevole e si rivolge all'uomo in carrozzina: "Ciao Tullio, come

stai? Che piacere vederti! Sei qui per il Festival della Matematica? Hai tenuto qualche lezione?"

Tullio, ora so che si chiama così, guarda il nuovo arrivato con un po' di sconcerto, come se si stesse

chiedendo chi diavolo è questo qui dove mai posso averlo incontrato, poi risponde: "Ho

partecipato a un seminario, l'argomento era Salvator Dalì e la quarta dimensione."

La quarta dimensione? chiedo.

"Il crocifisso di Dalì nasce da un cubo. Un cubo ha sei facce e se pensiamo di aprirlo e metterlo in

piano otteniamo una croce; è una figura solida a tre dimensioni spaziali, l'apertura è la quarta

dimensione temporale. L'universo ha molte dimensioni, undici, si pensa, una temporale e dieci

spaziali, sette più delle tre che siamo abituati a vedere; si pensa che le sette dimensioni corte

costituiscano una settesfera, entità molto complicata, oggetto di calcoli interminabili, che potremmo

vedere solo con un microscopio potentissimo in grado di risolvere una frazione evanescente di

atomo. L'arte può, per un attimo, metterci in sintonia con le dimensioni che abitualmente ci

sfuggono."

L'inizio del secondo tempo interrompe il discorso. Inizia il Requiem.

Dies irae, dies ilio solvet saeclum in favilla, teste David cum Sibylla. Quantus tremar est futurus,

quando judex est venturus, cuncta stride discussurus.

L'energia densa e compatta, contenuta nelle dimensioni di un atomo, un una frazione di secondo

riempie la sala da concerto. Universi sconosciuti esplodono all'improvviso. Per un istante effìmero

la musica si scompone in dimensioni ignote. Big Bang. La materia si espande leggera, sembra

impalpabile ed evanescente, poi si contrae, si rinchiude in un nucleo metallico, pesantissimo e

oscuro. Una forza invincibile lo spezza in schegge di fuoco, è un'eruzione, una colata di lava, una

materia instabile pronta a dissolversi di nuovo. Campi elettromagnetici si incrociano e si

intersecano, forze gravitazionali generano costruzioni armoniche, volte di suoni, luci siderali. Legni

che rimbombano, membrane che vibrano, squilli metallici, grida di uomini e di donne: la massa

dell'universo è qui, minuta come un atomo e infinita come un ciclo stellato. E' libera da vincoli e

costrizioni, noi ne siamo parte.

Quando il concerto finisce l'uomo sulla carrozzina rossa si presenta, è Tullio Regge, scienziato di

fama internazionale, saggista, scrittore. I suoi libri descrivono la nascita dell'universo e l'origine

della vita, spiegano le più recenti ipotesi della fisica contemporanea, dalle particelle elementari alla

cosmogonia, delineano mondi sconosciuti, infinitamente grandi e infinitamente piccoli.

Ma non è solo uno scienziato preso dalle ipotesi sui massimi sistemi, Tullio Regge è anche un uomo

impegnato sui temi di più scottante attualità che riguardano il futuro dell'uomo, la responsabilità

della scienza, l'ambiente in cui viviamo. Come parlamentare europeo ha fatto sentire la sua voce

nel dibattito politico su tutti i principali problemi che condizionano la nostra vita.

Quando mi ha chiesto aiuto per spegnere il telefonino ho pensato che fosse un incapace. Per il mio amico Franco è solo uno in carrozzina, e basta.

                                                                                       Rita Cavallari, Roma

 

 

I ragazzi della Scuola Sant'Alessandro (Villa Peschiera)

Don Sanacosì...

... scherzosamente

festeggiano i 75 anni dell'ex Rettore, Don Sana

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70 ANNI DOPO….

 

 

 

PHIL STERN:

 

SICILY 1943    

Mostra fotografica        

 

   Il 10 luglio, presso la galleria del Credito Siciliano di Acireale, è stata inaugurata la Mostra fotografica dello sbarco degli Alleati in Sicilia, avvenuta 70 anni fa

sbarco_1   Attraverso lo sguardo del fotografo possiamo rivedere le fasi dell’operazione Husky che portò all’armistizio di Cassibile l’8 settembre 1943.

   Phil Stern, figlio di ebrei russi emigrati negli USA, aveva 24 anni quando, con gli americani del Gen. Patton sbarcò tra Gela e Licata (AG), dopo avere seguito l’esercito in Tunisia. Si era arruolato volontario nella Compagnia Darby’ Rangers. “Doveva essere una passeggiata, invece fu una battaglia tragica e piena di morti” disse in seguito.

sbarco_2Oggi egli vive a Los Angeles e quest’estate è ritornato in Sicilia per rivedere i luoghi dello sbarco. Dopo la guerra divenne famoso come fotografo della famiglia Kennedy e degli attori più in vista del tempo, ma non tornò mai nell’isola, benché avesse detto più volte:” Prima di morire voglio rivedere la Sicilia.” Ed è venuto, ormai vecchio, appesantito, nella sedia a rotelle, e con uno sguardo terribilmente triste. Così ci appare nel filmato che chiude la Mostra.

Non capisco perché abbia atteso 70 anni per esporre al pubblico queste testimonianze che riportano indietro nel tempo.

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  Sono andata a vedere
la Mostra ed ho riflettuto su una “fetta” di storia che nell’estate del 1943 vissi anch’io dodicenne. Sono 70 grandi foto in bianco e nero, chiare, luminose, ma, per noi italiani, umilianti. Vedere folle attonite attorno ai “Liberatori”, leggere le frasi di Mussolini sui muri dei palazzi, riconoscere strade di Palermo, Catania, Siracusa, Messina, Comiso, Acireale…. con file di gente miserabile e l’immagine del Duce ovunque….mi ha rattristato.

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Le foto raccontano con una certa indifferenza la “marcia trionfale” dei vincitori, testimoniano la potenza dei loro mezzi corazzati. L’orrore della morte è rappresentata solo da tre soldati, due tedeschi ed un italiano, trucidati, mentre i morti furono circa 5000 mila, come possiamo ancora verificare, visitando i cimiteri di guerra. Stern è attento a raccontare la fine del fascismo in contrasto con le parole del Duce, ben visibili sulle case. Significativa, quindi, la foto che inquadra alcuni uomini con le braccia alzate in segno di resa, smunti ed impauriti e, alle loro spalle, la scritta VINCERE.

 

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  Osservando le foto con attenzione e leggendo le didascalie, che cosa mi ha colpito?

1-      L’orgoglio di un esercito che riesce a sbarcare su territorio nemico.

2-      Gli sguardi diffidenti degli adulti e la semplicità dei bambini dinanzi ai nuovi occupanti.

3-      La bellezza della natura e la bruttura della guerra in un’unica immagine.     

4-      Il dramma di chi fugge e la visione della morte.

Nessuna foto indugia sui danni provocati dai bombardamenti anglo-americani che rimasero ben visibili fino al 1946 ed oltre… sbarco_5

Ho visto molta gente alla Mostra: giovani, ragazzi, adulti, attenti ed interessati, ma gli anziani, come me, guardavano ricordando e, spesso, notavano la differenza tra l’immagine colta dall’obiettivo e la realtà vissuta anni fa….

 

         Avigliana agosto 2013                                                                    Rachele Gulisano

 

 

 

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