2.Oltre ogni confine

     a.La Rebecca

b.Lo steam boat

c.Florissant

Immagine1

Nel 1815 Filippina lascia definitivamente la sua Santa Montagna per andare a Parigi: sarà segretaria di Sofia.

La sua lunga attesa non è ancora finita … e vede con nostalgia partire alcuni sacerdoti per le missioni d’America mentre lei rimane lì.

 

a.La Rebecca

La sua preghiera non smette di bussare al Cure di Gesù e, finalmente, la chiamata arriva con l’invito del Vescovo missionario di Sant Louis, monsigImmagine2nor Guglielmo-Valentino Dubourg!

È il 1817 e in gennaio Mons. Dubourg visita la Casa Madre e nella prima visita ottiene un consenso generale di Sofia alla sua richiesta di Suore per la sua missione; nella seconda, quando viene per salutare prima di ripartire, ancora nulla è definito, ma Filippina irrompe: “il suo consenso, Madre!” implora in ginocchio “Ebbene, lo accordo, cara Filippina –assicura Sofia- e fin d’ora comincio a cecare le sue compagne!

E così –un anno dopo- domenica 8 febbraio 1818 si parte in diligenza da Parigi per Bordeaux dove inizierà il viaggio per mare. Quattro sono le religiose che prendono posto nella carrozza: Filippina Duchesne, Octavie Berthold, Eugénie Audé, Catherine Lamarre; raccoglieranno la quinta per via. in viaggio 1

Alcuni membri della famiglia di Filippina erano a Parigi per assistere alla partenza sua e delle altre tre missionarie. Un membro della comunità in seguito raccontò questa partenza. “Filippina con gli occhi asciutti guardava diritto davanti a sé. Ad un certo punto Octavie Berthold esitò. Filippina la prese gentilmente per mano e l’accompagnò fino alla carrozza. Sulla strada verso il porto di Bordeaux, si fermarono a Poitiers, dove le raggiunse la quinta compagna, Margherita Manteau”. Lì poi, nella scia dei preparativi per la partenza, fu tutto un “Corri e aspetta”. I venti non erano ancora favorevoli; il bastimento non era ancora pronto a salpare. Scrissero lettere, fecero un ritiro … e attesero

Il 12 febbraio, in risposta a una lunga missiva consegnata prima della partenza da Filippina, quasi un testamento, nella consapevolezza di un viaggio che non prevede ritorno, ecco una lettera di Sofia

“Con grande tenerezza, cara Madre, scrivo questa prima lettera, ora che lei ha accettato la sua missione –missione davvero straordinaria- perché sta guidando il suo piccolo gregge così lontano da noi! Il momento della separazione è stato davvero molto doloroso. Già molto prima il solo pensarvi mi lacerava il cuore; immagini dunque la realtà? Certo, Nostro Signore alleviava la mia pena col pensiero che lei sarebbe stata felice di compiere il suo santo volere in mezzo a sofferenze e privazioni. Ma il suo esempio mi ha reso forte, rinnovando il desiderio che un tempo avevo avuto per questa vocazione. Non posso aiutarla inviando molte, perché sembra non ci sia la minima speranza di poterla condividere io stessa … Padre Perreau mi ha dato le pagine che lei gli aveva affidato prima di partire. Come può immaginare le ho lette con la massima attenzione. Non che avessi bisogno di questa dichiarazione per essere sicura che Dio l’ha chiamata a questa grande vocazione: il persistere del suo desiderio, la facilità con cui il piano, apparentemente così carico di difficoltà, ha potuto essere portato a compimento quando il tempo di Dio è arrivato, il modo in cui tutto ha concorso a portare a questa partenza che tanto ci costa, e infine a forza che Dio le ha dato per superare gli ostacoli, tutto questo mi prova che, al di là di tutte le difficoltà che la prudenza obbligava a tenere in considerazione, Dio l’ha chiamata a fondare una casa del Sacro Cuore in America”

19 marzo, festa di San Giuseppe, imbarco sulla Rebecca! Un bel bastimento, per quel tempo, ma fragile a confronto con una simile traversata, e alla mercé dei venti, e per la lunghezza del viaggio!

Due pennellate al momento dell’imbarco. La prima è lo stupore timoroso di Sorella Caterina al montare su una barchetta che le avrebbe portate dalla riva fino al bordo della nave: “Un guscio di noce!” –temeva che quella fosse la nave per attraversare l’oceano!-; la seconda è la previsione di un vecchio marinaio: Con tutte queste monache a bordo, disse al capitano, farai certamente naufragio! [di fatto la Rebecca naufragherà, … ma nel viaggio successivo]

21 marzo l’Oceano Atlantico

filippina e coFinalmente il 19 marzo si imbarcarono sulla Rebecca. Il 21 marzo attraversato il canale, presero il mare aperto. Il viaggio prese più di due mesi e fu a tratti tremendo, con violenti uragani, mal di mare, cibi avariati, alloggi angusti, e fin anche i pirati! Il 16 maggio raggiunsero i Caraibi. Filippina scrisse dalla Havana raccontando la Sul Rebeccatraversata:

“Abbiamo passato 52 giorni senza vedere altro che mare e cielo: solo l’11 maggio abbiamo avvistato terre da lontano; era Caicos, la prima delle isole dell’arcipelago delle Bahamas, che appartengono all’Inghilterra …

Che mare terribile; a momenti le avrei scritto pregandola di non mandare nessun’altra prima di ricevere nostre notizie precise e la certezza della validità di un sì grande sacrificio …Un uragano in mare è uno spettacolo davvero terrificante. Rebecca 2Il fracasso delle onde che si infrangono e l’urlo del vento farebbero impallidire il rombo di una cannonata. È davvero assordante e si aggiunge allo scricchiolare del vascello. Le vele stridono nello sforzo del loro lavoro; è un canto lugubre, ma il loro silenzio è ancora più orrendo e ancor più tremenda è la vista del capitano che misura a grandi passi il ponte con aria preoccupata. La nave che si slancia su un mare irato dà l’immagine della confusione dell’ultimo giorno. Il cielo sembra crollare rapidamente dietro montagne d’acqua, trascinando con sé le stelle. Il mare, quasi nero nella tempesta, apre continuamente baratri, profondità senza fondo; le onde invadono il ponte ogni volta che l’imbarcazione sobbalza e salta. De volte durante la notte le onde hanno forzato e aperto la nostra porticina e inzuppato i nostri letti. I marinai legano le vele che vengono ammainate per non essere strappate; il timone è abbandonato per non sovraffaticare il vascello. Tutto questo non fa stare sereni se uno non vede Dio nella tempesta”

Mancavano ancora settimane all’effettivo sbarco dei passeggeri a New Orleans a mezzanotte del 29 maggio, Festa del Sacro Cuore quell’anno. Ed era buio quando, per la prima volta dopo il 19 marzo, posarono i piedi sulla terraferma. Filippina subito si inginocchiò e baciò terra. “Fatelo anche voi”, disse alla altre, “nessuno vi sta guardando”. Appena albeggiò, arrivarono su carri al convento delle Orsoline, situato vicino alla cattedrale di Saint Louis in quello che oggi è conosciuto come il Quartiere Francese. Filippina e le sue compagne erano attese e furono accolte a braccia aperte.

,,,, E Filippina scoprì che il suo corpo era interamente coperto di lividi e bozzi, e piaghe! Lei cercò di minimizzare, attribuendo il fatto a punture di insetti; non così il medico che, “con aria lugubre” le annunciò che si trattava di scorbuto, malattia grave e non facilmente curabile allora. Pensò di morire, ma non ne rimase turbata: lei era sulla via … le altre avrebbero portato avanti la missione. Le cure delle Orsoline, però, la rimisero in piedi, quasi completamente guarita.

Ora bisognava attendere direttive da Mons. Dubourg per proseguire fin a Saint Louis … e qui cominciò a sperimentare la tremenda lentezza delle comunicazioni!

Solo il 12 luglio il viaggio riprese sul fiume Mississippi: acqua di fiume, battello a vapore … ma non meno lento e pericoloso …

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